Il 28 febbraio del 2026, giorno in cui è iniziata quella che qualcuno ha ribattezzato la terza guerra del Golfo, dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, sul Telegraph un’editoriale definiva l’inizio delle ostilità come uno spettacolare autogol degli ayatollah iraniani. Io, fossi in voi, andrei al VAR.
Sembrava tutto così semplice, vero? Prima una pioggia di bombe, poi una rivoluzione popolare e, chissà, forse anche una gigantesca statua di Trump piazzata da qualche parte. Aspettate. Dov’è che l’avevamo vista?
Ma facciamo un passo indietro. Ehi Siri, definisci autogol.
Avete mai sentito parlare della Caribbean Cup? Se siete tra quelli che guardano il calcio in tv soltanto durante i mondiali – come me -, sicuramente non sapete nulla di cosa accadde durante quel campionato, nel 1994. Ma fidatevi. È arrivato il momento di scoprirlo.
Sto parlando della competizione tra le nazionali dei paesi caraibici. Il 27 gennaio di quell’anno, al Barbados National Stadium, venne disputata l’ultima partita di uno dei gironi di qualificazione. Barbados contro Grenada.
Per qualificarsi, il Barbados avrebbe dovuto sconfiggere il Grenada con almeno 2 reti di scarto. E così sembrava che stesse per accadere, sennonché, all’83º minuto, il Grenada segnò un goal, portando il risultato sul 2-1 per la squadra di casa. Nonostante il vantaggio, si trattava di un risultato sfavorevole per il Barbados, che sarebbe stato superato dal Grenada per differenza reti.
Ma nell’ultima frazione di gioco accadde qualcosa di straordinario. Terry Sealey, difensore del Barbados, prese l’iniziativa e intenzionalmente spedì la palla dritta in rete. Non quella della squadra avversaria. La sua. Fu uno dei più assurdi autogol della storia del calcio, che portò le due squadre al pareggio.
Sugli spalti, per un attimo, calò il silenzio. Che diavolo aveva fatto Sealey! Eppure, il piano dei giocatori del Barbados era semplice: arrivare al pareggio prima del fischio finale, andare ai supplementari e giocarsi tutto al golden goal, dove una palla in rete sarebbe bastata, perché valeva il doppio. La prima squadra a segnare avrebbe portato a casa il risultato. Era l’unica possibilità per il Barbados.
In quei pochi minuti prima del triplice fischio, il Grenada cercò di segnare in qualsiasi modo. No, forse non mi sono spiegato. In qualsiasi porta. Anche l’autogol andava bene, purché non fosse un pareggio. E così, i giocatori del Barbados si trovarono a difendere non solo la propria area di rigore, ma anche quella avversaria. Un caos totale.
Ora non ditemi che questa partita non vi ricorda qualcosa.
Come col Barbados, in questi mesi Trump ha ridefinito il concetto di autogol. L’importante è buttarla in rete. Anche nella propria. Sembra di stare sugli spalti del Barbados National Stadium: ci giochiamo tutto al golden goal.
Io non me ne intendo di calcio, figuriamoci di strategie militari, ma so come andò la Caribbean Cup. Alla fine, il Grenada non riuscì a segnare e si andò ai tempi supplementari, dove Trevor Thorne, attaccante del Barbados, segnò al quarto minuto del primo tempo. Golden goal. La partita finì così 4-2 per i padroni di casa, che si piazzarono in testa al girone.
Alla fine, la mossa azzardata di Sealey funzionò. Ma non puoi vincere un torneo puntando solo sulla tua abilità di spedire la palla nella porta sbagliata. E infatti, il Barbados fu eliminato prima di raggiungere le semifinali. Vinse il Trinidad e Tobago per 7 a 2 sul Martinica. Era il 17 aprile del 1994. E non ci fu alcun bisogno di segnare un autogol.