Vi è mai esploso un dente? Dico davvero. In un uno show televisivo andato in onda negli Stati uniti negli anni 80, il professore di fisica della Cleveland State University, Jearl Dalton Walker, raccontò di quando, per dare una dimostrazione pratica ai suoi studenti delle leggi della fisica, arrivò a ficcarsi in bocca dell’azoto liquido, a ben 196 gradi centigradi sotto lo zero.
Lo scopo dell’esperimento era di quello dimostrare il cosiddetto effetto Leidenfrost, che permette all’azoto liquido di galleggiare su una sottile pellicola di gas che si forma fra l’azoto stesso e la lingua. Per un tempo limitato, non ci sono pericoli. Lo dice la fisica.
In altre occasioni, il professor Walker aveva dimostrato lo stesso effetto camminando a piedi scalzi sui carboni ardenti o infilando la sua mano nel piombo fuso. Ne uscì sempre indenne. Ma con l’azoto, gli andò male. In una delle sue acrobazie, non riuscì ad evitare il contatto con i denti. Bastarono pochi secondi per mandarne qualcuno in frantumi.
Nei suoi libri, Walker racconta altri episodi insoliti che però la fisica può spiegare. Il più inquietante è quello successo in Texas, nel 1896. Ad un dipendente di una società ferroviaria, tale William George Crush (un altro Nomen omen), venne l’idea di far assistere ad un pubblico vero e proprio lo scontro fra due treni. Avete capito bene. Accorsero oltre 30mila persone.
Due treni sullo stesso binario, ad una velocità di circa 80 km/h. L’uno contro l’altro. La ressa degli spettatori, che si spinse ben oltre la linea di sicurezza, fece ritardare lo spettacolo di oltre un’ora. Lo scontro fece esplodere entrambe le caldaie a vapore, scagliando verso il pubblico bulloni e detriti che costarono la vita a due persone, mentre molti rimasero feriti. Mi sono sempre chiesto cosa si aspettassero. Che piovessero popcorn?
Uno che di ritardi se ne intende (ma anche di esplosioni) è Vladimir Putin. Pensate. Nell’ultimo incontro diplomatico con gli Stati Uniti, ha fatto attendere l’inviato speciale di Trump per più di un’ora. Come in Texas.
I ritardi di Putin, però, non sono una novità. Nel 2014, a Milano, fece aspettare Angela Merkel per ben 4 ore e 15 minuti. Nel 2016 si fece attendere dal primo ministro Giapponese, Shinzo Abe, per circa 3 ore. Il suo amico Lukašėnka, anche lui dovette aspettare tre ore. E perfino Papa Francesco fu costretto ad attendere il presidente russo, per quasi un’ora. E la lista non è finita.
Non so voi, ma i vertici dei capi di stato sull’Ucraina mi ricordano l’esperimento del 1896, in Texas. Quella dei Tg, sembra la voce gracchiante delle stazioni che annuncia l’ennesimo ritardo, perché c’è qualcuno che spinge per assistere da vicino allo scontro tra locomotive. Guardate, non serve essere scienziati per capirlo. Neanche stavolta pioveranno popcorn.