Probabilità

Il 18 gennaio del 1953, durante una discussione sulla riforma della neonata legge elettorale, l’onorevole Giovanni Battista Enrico Antonio Medi, fisico e politico italiano, intervenne dicendo: «La matematica è una cosa seria!» Non sono stati certo i quattro nomi a dare a Medi l’autorevolezza necessaria per poter consegnare ai posteri – e agli Atti parlamentari – una massima perfino un po’ banale, ma nelle discussioni in Aula si sa, possono scappare. Come accadrà, poche ore dopo, al deputato Aldovino Fora, che regalerà agli stenografi un’altra perla: «La matematica non è un’opinione».

Al contrario dell’onorevole Fora, però, Medi aveva tutte le carte in regola per sfoggiare le proprie conoscenze matematiche. Si laureò con Enrico Fermi come relatore. Nel 1942 vinse la cattedra di fisica sperimentale dell’Università di Palermo. Fu direttore dell’Istituto Nazionale di Geofisica e vicepresidente dell’Euratom (la Comunità europea dell’energia atomica). Negli anni cinquanta condusse perfino uno dei primi programmi televisivi di divulgazione scientifica: «Le avventure della scienza». E se pensate che lo stia santificando, sappiate che c’è qualcuno che ha iniziato a farlo prima di me, visto che c’è una causa di canonizzazione che lo riguarda.

Se neanche uno dei quattro nomi di Medi vi dice qualcosa, di sicuro conoscete quel tale che prese così seriamente la matematica che oggi tutti conoscono il suo nome, anche se per ragioni diverse rispetto ai suoi intenti. Una cattiva fama, se vogliamo, dovuta all’attribuzione postuma della paternità di una legge diventata universale: la legge di Murphy.

Per tutta la sua carriera Edward Aloysius Murphy Jr., un ingegnere aerospaziale americano, studiò la probabilità con cui possono verificarsi eventi avversi, ma sottovalutò il misterioso fascino della sfiga. Cosa che invece capì benissimo Arthur Bloch, scrittore e umorista, che con il suo libro del 1977, Murphy’s Law and Other Reasons Why Things Go WRONG!, consacrò Murphy alla sfortuna (e all’ironia). Eppure, quella attribuita a Murphy, come tante altre leggi simili applicate molto tempo prima all’ingegneria navale, sono state fondamentali per arrivare a quella che oggi chiamiamo la «gestione del rischio». O se vi piacciono gli anglicismi, il Risk Management.

«Se qualcosa può andare storto, lo farà», vuol dire che se c’è una minima probabilità che un evento possa accadere, forse è il caso di prepararsi, no? Lo sanno bene i piloti che volano a 10 miglia da terra, oppure i capitani ai timoni di navi sperdute in un oceano in tempesta. La probabilità è matematica. Non è sfortuna.

Ora, mettetevi per un attimo nei panni del ministro della Difesa della Repubblica Italiana, Guido Crosetto. Il 14 settembre 2026, un drone è stato abbattuto dai caccia italiani nello spazio aereo lituano. Secondo l’Ansa, il ministro Crosetto ritiene «probabile» che fosse russo. Secondo voi quanto tempo avrà impiegato il ministro a valutare la possibilità di usare quella parola? Probabile. Non certo gli stessi anni impiegati da Myrphy per studiare la sfiga.

Va bene. Diciamo che la guerra in Ucraina ci ha fatto diventare paranoici come Russell Crowe in A Beautiful Mind. Non pretendo che sappiate cosa sia l’Equilibrio di Nash e la teoria dei giochi non cooperativi, ma forse dovremmo iniziare ad applicare alla nostra realtà proprio le teorie di John Nash, il matematico premio Nobel per l’economia interpretato da Crowe. Per lui la «probabilità» non era una parola a caso. Era parte dei suoi studi sugli scenari competitivi, dove la probabilità delle nostre scelte dipende dalle scelte che prevediamo faranno gli altri.

Pensate. In una scena del film, Crowe – ovvero Nash – si chiede: «Se riuscissi a ricavare un equilibrio in cui la prevalenza è un evento non singolare in cui nessuno perde, puoi immaginare l’effetto che avrebbe sugli scenari di conflitto, sulle trattative armate…»

Non è semplice, ed è giusto che così sia. Ma forse, parafrasando Medi, dovremmo fare più attenzione. Perché anche «la probabilità è una cosa seria!»

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